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Verbania - Lago Maggiore

Autoscatto (un racconto)



“Guarda la nonna! Sorride ma ha gli occhi tristi”.

Mia figlia Serena aveva lasciato l'impronta del suo indice sul foglio di plastica che proteggeva la foto.

Era uno scatto di 30 anni fa. C'ero io, mia madre, mia cugina e mia zia. Noi piccole sedute sul muretto, le madri ai lati e dietro il golfo Borromeo. Ricordo di una gita d'estate.

“Perché era triste?”, insistette Serena.

“Ma non era triste. È che noi donne...” dissi prendendo tempo per trovare una spiegazione plausibile per una bambina di 5 anni, mentre lei mi fissava con i suoi occhi nocciola senza il minimo segnale che si sarebbe accontentata di “un giorno capirai”.

“Noi donne... Sai...”. Alla fine mi decisi a inseguire un pensiero: “Una volta non era come adesso, che hai la macchina fotografica anche nel telefono in tasca. Una volta le foto si facevano solo in certe occasioni perché costava la macchina, e la pellicola, e lo sviluppo. E allora una donna aveva paura di venir male in foto. Perché poi non potevi cancellarla. Nella foto la nonna sorride, ma dentro di sé pensa: e se poi sembro una strega Bacheca”, dissi facendo la voce grave. Serena si mise a ridere ripetendo: “Strega Bacheca, strega Bacheca”.

Chiusi l'album di foto della mia infanzia e inseguii Serena che voleva provare i pattini in corridoio. Ma un parassita si era infilato nel mio cervello. Uno di quei tarli che appena iniziano a rodere fanno già scricchiolare tutto il mobile.


Dopo aver messo a letto la piccola tornai a riaprire l'album di famiglia. E mi misi a fissare l'espressione di mia madre in ogni scatto. Il mio battesimo, le vacanze al mare, i compleanni, le gite in montagna, comunione e cresima, sino alla foto di rito della laurea. In trenta e più anni le avevo viste per decine di volte; ma come ogni figlia unica e perciò, lo confesso, egocentrica, vedevo solo me stessa: come sono venuta bene qui, che maglione orribile che avevo, non devo più farmi la frangia, quando faccio le fossette sono più simpatica. Gli altri: i genitori, i parenti, gli amici, i gabbiani erano solo la quinta del mio spettacolo di vivere.

Quella sera invece, per la prima volta, riguardai le foto concentrandomi su quelle in cui compariva mia madre. Scoprii che ogni volta aveva gli stessi occhi tristi. Sorrisi più o meno spontanei, labbra strette; mai istantanee, sempre foto in posa, come voleva il cliché piccolo borghese. Perché quelle foto dovevano servire a ricordarci ogni volta che le si vedeva che eravamo una famiglia: perché le famiglie sono battesimi, cresime, vacanze, gite e compleanni. Chi c'è nella foto è famiglia, chi non c'è non lo è. Una foto non è mai solo un riflesso di luce.


Forse poteva bastare la spiegazione che avevo dato a Serena. Forse basterebbe far osservare alle figlie gli sguardi delle madri nelle foto d'infanzia per distruggere tutti i luoghi comuni sul bello della maternità. Sulle gioie della famiglia. Forse negli occhi di mia madre c'era solo quel senso di giovinezza perduta, di chi a vent'anni si prendeva già marito; così che i sogni covati sulle pagine dei libri letti di nascosto sarebbero restati tali per sempre.

Forse. O forse no. Almeno per mia madre no. Non parlavo con mia madre da dieci anni. Presi le chiavi dell'auto e imboccai il viale per la clinica. Già, come se avessimo litigato. Sì, avevamo litigato. E me n'ero andata sbattendo la porta perché non voleva partissi per Londra. Non voleva che inseguissi il mio sogno di fare la fotografa. Lei mi aveva inseguito. Era inciampata. Li ho contati: 21 gradini. Da allora non si muove, non parla, e ha lo sguardo fisso sdraiata in questo letto d'ospedale.

In questi anni non avevo mai parlato con mia madre; come invece si vede nei film, con i monologhi dei parenti al capezzale. Ho sempre pensato che o il cervello di mia madre si è spento per sempre, oppure capisce e proverebbe un'atroce sofferenza nel non poter rispondere. Quel giorno invece entrai nella stanza, mi sedetti al suo fianco e raccontai la mia scoperta.


“Sfogliando le foto di quando ero piccola mi sono accorta che in tutte le foto avevi lo sguardo triste. E ho capito che farsi fotografare era per te una ferita. Non sono una psicologa e non so il perché. Cioè capisco che uno abbia la luna storta e non voglia farsi fotografare. Ma sempre, ogni volta... Comunque non occorre essere dei geni per immaginare che quando hai scoperto che tua figlia voleva fare la fotografa ti è sembrato un incubo. Non l'avresti rivista più, oppure l'avresti vista aggirarsi per casa a voler immortalare ogni attimo d'intimità in nome di chissà quale arte. E allora volevi fermarmi, risvegliarti dall'incubo, e invece... In questi anni non te l'ho mai detto perché non so se puoi sentirmi, mentre sono certa che non puoi rispondermi. Ma devi sapere che non ho fatto la fotografa. Ora faccio la chef, tu avresti detto la cuoca; e dicono anche bene. E coccolo mia figlia”.


La fissai negli occhi, mi sembrava ridessero. Presi il cellulare, selezionai la fotocamera per l'autoscatto e inquadrai i nostri volti. Quando guardai sul video lo scatto, vidi gli occhi tristi di mia madre. Il monitor mi chiedeva “Cancella?” Cancellai.


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