Dove non splende il sole (un racconto)




Hu fissava gli stivaletti neri con fibbia della donna che stava al suo fianco. Era indifferente ai grattacieli che davano un senso all'orizzonte bigio e uniforme del cielo sopra Milano. Quell'incastro di gru, guglie e specchi che si può ammirare solo da dietro i vetri della torre Branca.


Hu era finito in cima a quell'intreccio di tubi d'acciaio che svettava a 100 metri d'altezza dopo un anno trascorso a guardare il mondo attraverso l'inferriata di un seminterrato. Una sartoria cinese che arruolava manodopera clandestina, dodici mesi a lavorare, mangiare e dividere i propri bisogni corporali con altri dodici connazionali. A ricordargli che esisteva un mondo fuori era il rumore dei tacchi che battevano sul marciapiede. Per lui il paesaggio di Milano era composto in inverno da stivali e stivaletti, in estate da sandali e ballerine. Ormai riconosceva dalla foggia e dal rumore delle scarpe le passanti nella via.

Sapeva che alle 9 c'era sempre una sinuosa caviglia avvolta nei lacci di un sandalo rosso o color tortora che sfilava attraverso l'inferriata. Il resto era affidato alla sua fantasia. Alta o bassa? con la vita da vespa e un vestito leggero? La borsetta abbinata alle scarpe? Il caschetto o i capelli raccolti in una coda? Di che colore il rossetto? E il suo sguardo? Inutile, anche fosse uscito da lì sarebbe stato invisibile a lei, alla donna coi sandali. Ma un giorno Hu aveva scelto di osare ed era fuggito. Poi arrivato vicino a Cadorna aveva sentito un rumore di passi e aveva riconosciuto che era quello dei suoi aguzzini che l'inseguivano. Era andato verso il parco Sempione, e si era infilato nell'ascensore della Torre Branca, investendo i quattro euro che era riuscito a elemosinare in stazione.


Dalla torre sarebbe riuscito a vedere i movimenti degli uomini-formica. Ma scoprire di poter osservare non solo gli stivali di una donna, ma anche il suo corpo, l'aveva distratto. Aveva iniziato a fissare gli stivaletti neri con la fibbia d'argento, poi il suo sguardo era salito a osservare i polpacci avvolti da fuseaux neri, si era soffermato a immaginare la biancheria celata da una maglia grigia che terminava una spanna sopra le ginocchia. I suoi raggi X erano rimasti bloccati dal giubbotto in pelle. La donna aveva i capelli raccolti, un ciuffo sfuggito le disegnava una spirale sulla guancia. Il profilo non era dolce, ma nemmeno volgare. Era determinato. Le labbra sporgenti, ma tirate in un sorriso; lo sguardo sicuro a scrutare un imprecisato punto dell'orizzonte, ipnotizzato dall'accendersi intermittente delle luci segnaletiche della torre Garibaldi.


Elena aveva 38 anni, un camice nella borsa e una busta in mano. Poche ore prima la ricercatrice aveva vissuto il minuto più bello della sua vita. Aveva appoggiato la fronte sul microscopio e aveva vista le cellule cancerogene morte tra centinaia di cellule sane che pulsavano di vita. Sì, quel tipo di cancro in pochi anni sarebbe potuto diventare come la polio o la difterite, una malattia da ricordare solo con il prefisso anti a seguire la parola vaccino. Aver vissuto in laboratorio dalla laurea in poi era servito. La sua vita senza conoscere raggi solari, ma solo l'asetticità del neon, aveva avuto un senso. Che importava l'esito della biopsia a quel fastidioso nodulo al seno. Quel responso che conteneva la busta che le era stata recapitata la mattina. Non poteva rovinare il giorno più bello della sua vita. E rimise la lettera nella borsa.


"Babbo, babbo, ha la borsa uguale alla mamma", disse indicando Elena un bambino di nove anni. "Jacopo, lascia stare la signora", disse il padre mentre chiudeva lo sportello della videocamera. Riccardo Giugni aveva 42 anni, era sposato da 11 e il giorno in cui suo padre Renzo morì nacque Jacopo. Era stato il dazio pagato per il miracolo di un erede dopo che tutti i test avevano detto che sua moglie era sterile? La domanda se la ripeteva da nove anni e aveva iniziato a immortalare in foto e video ogni momento insieme al suo Jacopo. Un'ossessione che aveva raggiunto la dimensione di alcuni terabyte d'archivio.

Da orfano era infatti andato a rivedere le sue foto da piccolo in cerca di ricordi del padre; ed era rimasto deluso. Le foto delle vacanze, dei compleanni, delle cresime e delle comunioni. E poi? Cosa aveva fatto con suo padre il resto della sua infanzia? Perché non lo ricordava e le foto non l'aiutavano a ricordare? A Jacopo non sarebbe successo. Ma per continuare ad alimentare l'archivio non poteva separarsi da Enrica, anche se un giorno fotografando Jacopo in giardino con una vecchia reflex aveva ripreso anche altro. Se n'era accordo solo sviluppando la foto in camera oscura. Nella finestra del bagno si vede immortalato anche un pezzo di specchio, e dentro vi sono riflessi Enrica e Aldo, il suo amico, che si baciano. Aveva alzato la testa e gli era sembrato di essere finito su una nave in tempesta, la stessa sensazione che provava in quel momento sulla torre Branca. Ma questa volta il motivo era fisico.


La voce del manovratore dell'ascensore interruppe i pensieri dei tre: "Scusate, si è alzato il vento. I cavi dell'ascensore stanno sbattendo e non possiamo scendere. Dobbiamo aspettare che diminuisca. Mi spiace ma dovremo restare qua su per un po'. Spero abbiate delle belle storie divertenti da raccontare".

Hu, Elena e Riccardo si lanciarono uno sguardo d'imbarazzo. Poi il bambino disse: "Io ne so una. Una volta credevano che esistesse un animale col corpo di cavallo e un corno in mezzo alla fronte: l'unicorno; era bianco, luminoso con poteri magici. Ma oggi la maestra ci ha spiegato che nessuno ci crede più, che l'unicorno non esiste. Io ho riso perché è strano che tanta gente possa credere a cose che non esistono".

"Secondo me - disse Elena -, l'unicorno esiste, si sta solo nascondendo dove non splende il sole. Ci sono troppe luci là fuori".


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