Ercole al bivio


Lo storico dell'arte Erwin Panofsky vi dedicò un libro agli inizi degli anni Trenta. Perché "Ercole al bivio" non è solo una questione di estetica o canone artistico, o un esercizio di mitologia greca. Ercole al bivio è anche qualcos'altro. Anche il semidio è infatti costretto a scegliere. La via del Vizio (Piacere) o quella della Virtù?


Nella raffigurazione di questa conflitto interiore, come nel mirabile quadro di Annibale Carracci di fine Cinquecento (foto Wikipedia), vi è una delle grandi costruzioni metafisiche dell'Occidente che la filosofia, e quindi la giornosofia, non può non analizzare, decostruire, smascherare.

Il nostro senso comune ci dice infatti che noi siamo chiamati a scegliere tra vizio e virtù, male e bene, e così via. E come Ercole o Eracle che dir si voglia, ci sediamo e ci pensiamo su, lo facciamo dopo un monologo interiore, nel quale valutiamo i pro e i contro, i nostri valori e i nostri desideri, ascoltiamo le offerte delle due dee.

È un buon modello, ma funziona davvero così? Innanzitutto nelle maggior parte delle nostre scelte quotidiane agiamo per abitudine, istinto, qualche volta ragionamento, ma raramente viviamo conflitti interiori. Insomma la maggior parte della nostra vita la consideriamo al di là del bene e del male. E soprattutto le scelte irreversibili, le strade a senso unico, non sono la maggioranza di quelle percorse.


Però senz'altro a ognuno di noi sarà capitato di sentire il peso di una scelta etica, morale; in quel caso, quando dentro di noi mettiamo in scena il dialogo delle due voci, quelle che nei cartoni animati diventano il diavoletto e l'angioletto sopra un orecchio, quale delle due voci è la nostra? Se è una delle due, l'altra è una finzione scenica che serve solo a giustificare una scelta già presa. Se sono entrambe, se crediamo veramente a entrambe, se ci immedesimiamo realmente in entrambe, allora solo un lancio di dadi potrà farci scegliere quale ascoltare. Insomma il monologo interiore è inutile per scegliere, ma è utile spiegherebbe uno psicanalista per altri motivi, ma di questo noi non ci occupiamo.


Nella giornosofia invece cerchiamo di trasformare questo dibattito interiore in cronaca, titoli, opinioni, prima pagina. Perché rese articoli, parole scritte, le nostre voci vengono proiettate fuori da noi, oggettivate, e scopriamo che non c'è alcun intimo segreto dialogo, che siamo soggetti sempre alla parola, un linguaggio che non possediamo ma ci possiede. E allora scriverla è l'esorcismo necessario per togliere sacralità al nostro io, per iniziare a capire che siamo sempre un noi. Ma di questo torneremo a parlare, e a scrivere.


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