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Verbania - Lago Maggiore

Gauguin (un racconto)



«Quando avevo quattro anni il mio sogno era diventare un pilota di caccia. Volevo volare fino a Tahiti e sposare una mulatta».

Lui m’interruppe. «Ah, un Gauguin aeronautico», lo disse con l’aria soddisfatta, l’angolo destro della bocca alzato in una smorfia.

Continuai: «Poi invece non ho mai fatto niente per diventare pilota. A dire il vero non ho mai fatto niente per realizzare un sogno». Ci furono due secondi di silenzio. «Io invece – disse lui – a diciassette anni lavorai un’intera estate per andare a vedere un concerto dei Pink Floyd in Inghilterra».

«Bello?» gli chiesi

«Bello. Maaaa… non battei chiodo».

Proseguii. «Anche quando ho fatto cose strane le ho fatte più per scommessa, o per vedere come sarebbe stato».

M’interruppe nuovamente: «Per vedere l’effetto che fa… Bello Jannacci, vero?»

«Alcune cose», risposi inarcando le sopracciglia

«Quindi le piace?»

«Al-cu-ne co-se», ripetei scandendo le sillabe

«Vengo anch’io è la mia preferita», continuò

«Beh, allora mi inviti al suo funerale», dissi senza tradire alcuna emozione.

La sua faccia rimase immobile, le labbra leggermente dischiuse, gli occhi fissavano il muro alle mie spalle.

Tornai al mio ragionamento: «Una volta ho letto un saggio su Kafka, c’era scritto: chi cerca non trova, mentre chi non cerca viene, forse, trovato. Ecco, nella mia vita credo di essere sempre stato trovato»

Lui pareggiò: «Quindi oggi ho avuto una fortuna della Madonna», si trattenne per un istante, poi la sua bocca si aprì in una risata.

Incassai con un «forse» e tirai dritto: «In quel saggio c’era anche scritto che si può essere in paradiso senza saperlo, ma non saperlo è la condizione indispensabile per essere in paradiso».

Si portò in vantaggio: «Sicuro che non erano i baci Perugina?»

Non mi fermai nemmeno allora: «E’ per questo che non mi sono mai allontanato da questo posto, da questo paese di gente annoiata, dove la fantasia è un lusso bizzarro».

Poteva mettere a segno la battuta definitiva, ma la sfida non era più ironica.

«Visto che ama i discorsi impegnati, allora mi dica: perché ritiene che non si troverebbe meglio da un’altra parte. All’estero? O in una grande città?»

«Perché sfogliando un catalogo di Gauguin vidi un quadro: Il giorno degli dei. Al centro c’è una polinesiana nuda con i piedi in una pozza, si pettina i capelli. Ha lo sguardo basso verso l’acqua. E capii che anche a Tahiti ci sono gli specchi»

Allungò il collo, corrucciò la fronte e disse: «Quindi?»

«Quindi ovunque andiamo ….»

La voce dell’infermiera m’interruppe: «Il signor Zavida?».

Mi alzai dalla sedia della sala d’aspetto ed entrai nello studio del dottor Mengoli.

Uscii cinque minuti dopo.

«Allora?» mi disse lui.

«Maligno», risposi.

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