Giornosofia 8 - S come Specchio

Aggiornato il: mag 16

Nello scorso appuntamento di Giornosofia (T come Tocco) ci eravamo lasciati chiedendoci se guardare ed essere guardati sono equivalenti al toccare ed essere toccati.

Ebbene, forse in un futuro prossimo potremo provare il tatto a distanza (grazie a particolari tecnologie o protesi), ma nell’esperienza comune esiste una differenza fondamentale tra tatto e vista. Il toccare può avvenire solo in presenza, mentre posso guardare anche senza essere visto; per esempio posso nascondermi dietro delle persiane, oppure collegare una spycam e vedere persino a distanza di chilometri (anche se attraverso una mediazione tecnologica).

Detto altrimenti, se non ho alcuno vicino a me, per esempio sono solo in una piazza, ho ragione di credere che non potrò toccare una persona, né che potrò essere toccato. Non posso invece essere sicuro di non essere visto. Solo se facesse buio attorno a me potrei pensarlo (sperando non vi sia qualcuno con dei visori a infrarossi).


Peraltro, anche lo sguardo, come il tocco, ha una sua ambivalenza nel nostro rapporto con gli altri. Da un lato fissare negli occhi è sinonimo di ricerca di verità, sincerità, si confida di trovare una porta d’accesso all’intimità del prossimo (“Parlare con gli occhi”), d'altro canto lo sguardo può essere anonimo, non ha la necessità che vi sia l'dentificazione del soggetto che guarda, possiamo sentirci osservati anche se non lo siamo, anche se non vediamo qualcuno.


Lo sguardo del prossimo può essere ricercato: il piacere dello sguardo altrui, l’essere al centro dello sguardo altrui mentre compiamo qualcosa di bello, oppure si può cercar di fuggirne: poiché ritenuto giudicante, imbarazzante, censorio, uno sguardo che ci controlla ed opprime.


Inoltre noi guardiamo gli altri, il Mondo, ma non vediamo noi stessi, il nostro volto, il nostro corpo dall'esterno, a meno di trovarci di fronte a uno specchio (oppure di rivedersi in una foto o in un filmato).

Solitamente quando ci capita di rivederci rimaniamo sorpresi dei gesti, delle espressioni che facciamo, non pensavamo che apparissimo così. Infatti davanti a uno specchio, ci capita di provare espressioni, reazioni, anche linguacce e smorfie, perché vogliamo scoprire come controllare le nostre espressioni, come ci vedono gli altri, vorremmo che l'esterno comunicasse come ci sentiamo all'interno (oppure vorremmo mascherarlo).


Viene in mente un personaggio di un dramma teatrale di Sartre, A porte chiuse. Estelle racconta dei suoi specchi, 6 se non ricordo male, posti nella camera da letto, perché così “Mi vedevo come le persone mi vedevano, questo mi teneva sveglia”. O forse perché come dice l’altro personaggio Garcin, “L’inferno sono gli altri”, e vogliamo non avere il loro sguardo come mediazione che restituisce la nostra immagine. Non ci fidiamo del loro giudizio, vogliamo vederci allo specchio, e così oggi preferiamo un selfie per raccontarci. Già, chissà cosa avrebbero scritto gli esistenzialisti nell’epoca del selfie (ma questo è un altro discorso).


Vi propongo quindi questo esercizio filosofico. Chiedete a un amico o a un familiare se potete fare un esperimento con lui. Deve fidarsi, scoprirà solo alla fine in cosa consiste. Poi a sua insaputa riprendetelo con lo smartphone mentre svolge un’azione abituale, poi ditegli che l’esperimento consiste nel riprenderlo mente compie un’azione abituale. Perciò fategli rifare la stessa azione di prima e riprendetelo (questa volta mentre ne è cosciente). Poi coinvolgetelo nel gioco e mostrategli i due diversi video, davvero è stato naturale sapendo di essere ripreso? è cambiato qualcosa? (l’ideale sarebbe effettuare la prima ripresa quando “la cavia” è sola nella stanza, ma meglio non rischiare di scoprire cose spiacevoli, in fondo gli altri possono anche essere l’inferno).


Dunque eccoci qui, abbiamo sperimentato che abbiamo bisogno di uno specchio (oggi una videoripresa) per capire come ci vedono gli altri, anche se questo può renderci innaturali. Ma davvero l’espressione che noi vediamo fare a noi stessi, e che associamo a un certo stato d’animo, viene letta dagli altri come la leggiamo noi? La voce, la parola, possono venirci in aiuto? In che modo? Ne parleremo la prossima volta.


Il video di Giornosofia 8, più o meno le stesse cose dette alla videocamera



Il podcast di Giornosofia 8 - S come Sguardo lo trovate qui assieme agli altri

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Puntate precedenti

Giornosofia 1 - L'ora del Carpe diem

Giornosofia 2 - Nel silenzio non lo sai

Giornosofia 3 - La finestra sul cortile

Giornosofia 4 - Z come Zoo

Giornosofia 5 - V come Vita

Giornosofia 6 - U come Umanità

Giornosofia 7 - T come Tocco


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