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Verbania - Lago Maggiore

Gli ultimi quaderni (un racconto)

Al maestro Rino Vincenzi mancavano pochi anni alla pensione. Ma la riforma della scuola non gli lasciava scampo. Il ministero aveva deciso: basta lezioni in aula, basta classi fonti di diffusione di virus, covi di bulli potenziali, di sguardi torvi o di parole ineleganti degli insegnanti. Dal prossimo anno scolastico solo lezioni on demand. Gli alunni a casa, i video con le lezioni da scaricare, i test da fare al computer. E i maestri? Certo servivano per registrare le lezioni, ma in fondo ne sarebbe bastato uno solo per tutto il Paese. Il migliore, il più convincente, magari anche il più preparato, comunque il più telegenico. Uno per migliaia di studenti, per lezioni a domicilio attraverso il video del tablet. E gli altri? Beh, il mercato delle badanti non conosceva crisi: gli ultraottantenni erano ormai il 10 per cento della popolazione. E c'era bisogno di manodopera qualificata.




Così quel giorno in quel grande teatro tra centinaia di colleghi, seduto nella hall, il maestro Vincenzi si preparava per il casting, ripassando come inserire una slide per spiegare i diagrammi di Venn durante una videolezione. Non temeva di essere meno preparato sui Fenici di quell'insegnante che sedeva al suo fianco e che era giunto con uno zainetto con dentro più elettronica di una stazione spaziale. Non temeva che il collega avesse vent'anni meno di lui o due lauree in più. Temeva il suo sorriso e i suoi capelli che, qualunque movimento facesse, tornavano sempre in ordine. E ovviamente che sapesse nello stesso tempo guardarti in faccia, parlarti e disegnare su quella lavagnetta di plastica, metallo e cristallo un quadrato tracciato sull'ipotenusa.


L'altoparlante pronunciò: “Vincenzi, Rino Vincenzi”. Lui si alzò e imboccò lo stretto corridoio dove aveva visto entrare decine di altri maestre e maestri. Al termine una porta antipanico coperta di un panno nero e dal profilo di alluminio. La aprì. Si trovò in uno studio con una poltrona di velluto bordeaux, una telecamera davanti e una consolle con una tastiera. Davanti c'era una vetrata. Dall'altra parte c'erano tre persone illuminate da una luce che proveniva dal basso. Erano due donne e un uomo. “Si sieda”, disse la donna con le menches e la permanente, fasciata da un tailleur. Vincenzi si guardò in giro. Le pareti erano anch'esse ricoperte dello stesso panno nero della porta. L'unica nota cromatica era una luce bianca e verde con un omino stilizzato e la scritta: uscita antincendio. L'insegnante avvicinò a sé la poltrona e si sedette.

“Buongiorno, signor Vincenzi”, disse l'uomo che indossava una giacca a quadri e aveva la testa scolpita da una riga. Un solco netto che portava i capelli castani da sinistra a destra. “Buongiorno”, rispose il docente.

“Bene - a parlare era la seconda donna, quella con un largo maglione dolcevita verdeacqua -. Signor Vincenzi, ha cinque minuti di tempo per registrare la sua videolezione. L'argomento da trattare le apparirà sul monitor. Le ricordo che l'argomento viene scelto in modo casuale da un programma certificato dal ministero”.

“D'accordo”.

La donna premette un tasto. Sul monitor davanti al maestro comparve la scritta: Impero romano. Da Augusto ai Flavi.

“Hai detto niente”, mormorò Vincenzi.

“Come?”, disse l' uomo dall'altra parte.

“Niente. Niente. Posso partire quando voglio?”

“No”, disse la donna con il tailleur.

Intervenne la collega.

“Tra poco apparirà un conto alla rovescia di dieci secondi e poi potrà partire. Nel frattempo se deve collegare qualche device per la lezione faccia pure”.

“No, grazie. Mi basta questo”, disse indicando il tablet.

“Appunto”, disse piccata la donna con la maglia verdeacqua.

“Lo vuole collegare o no il device?”.

Vincenzi si portò la mano alla testa, si grattò i capelli e si ricordò che doveva cercare tra le reti disponibili. Ma mentre il suo indice scorreva sulla lavagnetta, si udì una sirena.

Una voce metallica dall'altoparlante ripeteva: “Allarme incendio! Allarme incendio! Evacuare l'edificio”.


Vincenzi alzò la testa, vide dall'altra parte del vetro i tre correre fuori. Si voltò verso la porta antincendio e premette il maniglione antipanico. Si trovò in uno stretto cortile e iniziò a correre. Ma quando era quasi giunto alla fine sentì una voce urlare: “Attento!”

Si voltò per capire di chi fosse. Ma vide solo nero, sentì un dolore istantaneo al naso. Si portò la mano destra al volto, si toccò, vide le dita sporche di sangue.

“Mi scusi! Mi scusi!”

Alzò lo sguardo, davanti a lui c'era un ragazzino moro e riccio, attorniato da cinque coetanei; a terra rimbalzava un pallone.

L'oggetto che l'aveva colpito.

Un biondino con i capelli a spazzola, disse: “Scappiamo! Scappiamo!”

La voce all'altoparlante ripeteva: “Falso allarme! Falso allarme!”

Vincenzi urlò: “Fermi!”

I ragazzi si immobilizzarono. Il maestro raccolse il pallone.

“Di chi è?” Un ragazzo castano, dai capelli a spaghetto, alzò la mano.

“E' un sacco che non ne vedevo più”, disse Vincenzi guardando la sfera di cuoio.

“L'ho trovato in cantina dalla nonna”, disse il ragazzo.

“Sapete che è vietato giocare con il pallone. Esistono i videogiochi, realizzati per darvi la sensazione di giocare la Champions league come un grande campione”.

Poi Vincenzi sorrise: “Sapete che io ero bravissimo a scartare tutti” e dicendolo lasciò a palla la terra, la colpì leggermente con l'esterno del piede destro, fece una finta di sinistra e si fece sotto al ragazzino moro e riccio, lo superò e affrontò il biondino con i capelli a spazzola: tunnel. Ma il ragazzo castano gli stoppò il pallone.

“Vabbé, sono un po' fuori forma”, disse Vincenzi.

“Ma lei è veramente bravo. Dovrebbe insegnarci”, disse il biondino.

La voce all'altoparlante annunciava: “Le audizioni riprenderanno tra un'ora”.

“Ragazzi – disse toccandosi ancora un po' il naso dolorante -. Ho un po' di tempo, se volete vi faccio vedere un paio di cose. Ma qui è un posto sicuro?”

“Sì - rispose il moro -. In questo cortile non ci sono videocamere. Le uniche sono là all'inizio. Ma noi strisciamo lungo il muro e non riescono a inquadrarci”.

Vincenzi sudò come non gli capitava da quando aveva corso una mezza maratona per beneficenza, ed aveva beneficiato alla fine dei servizi della Croce rossa. E aveva deciso che se doveva dare dei soldi a qualcuno poteva farlo benissimo senza far fatica.

Vincenzi quel giorno scoprì che non gli era mai piaciuto così tanto giocare a pallone. Perché, in verità, quando indossava i pantaloncini corti e si dovevano formare le squadre, lui era quasi sempre la penultima scelta. Ma di fronte a quegli analfabeti dell'arte “pedatoria” si sentiva Pelè e Maradona riuniti in un sessantenne che si ostinava a tenere i capelli da concerto rock.


Quando spossato dall'ennesimo dribbling disse ai ragazzi che doveva andare, il gruppetto protestò.

“Deve venire ancora a giocare con noi”. “Se avrò tempo...” disse Vincenzi.

“La troviamo su Facebook? Le chattiamo quando siamo qui. Come si chiama?”

Il maestro prese la giacca che aveva lasciato a fare un palo della porta, cercò gli occhiali ma non li trovò.

“Devono essere rimasti dentro sulla consolle”, bofonchiò.

Allora estrasse la sua agenda. Strappò un pezzo del foglio dopo la copertina, porse una biro al ragazzo moro e disse: “Non ho gli occhiali, scrivi tu: Rino Vincenzi”.

Ma la testa riccia disse: “Non so scrivere”.

Vincenzi si rivolse al biondino: “Fallo tu?” Ma anche questo diede la stessa risposta.

E allora l'insegnante disse: “Scusatemi! Avevo dimenticato che oggi a scuola non insegniamo più a scrivere a mano, che ormai si digita e basta”.

La riforma “Touch” era stata approvata cinque anni prima e aveva tolto dai programmi scolastici l'insegnamento della scrittura con biro, matite o altro. A scuola la carta era stata vietata. E quaderni e album si trovavano ormai solo in negozi per collezionisti. Vincenzi se n'era fatto una scorta di qualche decina, nel timore che diventassero presto merce rara e costosa. E aveva comprato anche diverse scatole di penne a sfera, lapis e pastelli.

Alla fine a scrivere il nome fu il ragazzo castano che lo registrò nella rubrica del telefonino che aveva nella giacca, quell'ammasso di tessuto che aveva fatto da secondo palo. Si salutarono e il maestro tornò nel teatro.


Vincenzi non superò il casting e fu messo in lista per un posto da coaudiutore nello sviluppo della personalità di una persona matura, diventò cioè un badante. Dopo un paio di giorni ricevette un messaggio su facebook. “Siamo al campo che lei sa. Vuole venire a giocare?”. A fianco c'era la faccia del ragazzo castano con la lingua di fuori. Vincenzi salì in solaio, prese sei quaderni, li infilò nella tracolla con altrettante biro e andò nel cortile dietro il teatro.


Quando la sua sagoma fece capolino sul campo di pallone, che per ogni altro essere vivente era solo una distesa lunga e stretta di cemento, i ragazzi iniziarono a urlare: “Gioca con noi!”

“No, gioca con noi!”

Il maestro si ritrovò in mezzo a un capannello e disse: “Giocherò con tutti, ma solo se mi promettete che dopo passerete mezzora a scuola con me”.

“A scuola? - disse il biondino -. Ma non si va più a scuola ormai, le lezioni sono online”.

“Non quella scuola, una scuola all'aperto. Ci sederemo sui gradini di quella scala antincendio e vi insegnerò come si scrive”, e nel dirlo estrasse i quaderni dalla tracolla.

“Wow”, disse il ragazzo moro.

“Ne ho uno per tutti voi. E anche le biro. Avete voglia di imparare una cosa che nessun altro vostro compagno sa fare? Però dev'essere un segreto tra di noi”.

“Ma prima gioca con noi?”

“Sì”.

“Allora va bene”.


Passarono alcune settimane e sui quaderni, dalle aste in piedi e sdraiate, si era passati alle lettere maiuscole in stampatello. Una partita e poi mezzora di esercizi. E il maestro spiegava che solo imparando a scrivere avrebbero capito che nella vita non tutto si può cancellare, “o resettare come dite adesso”. E poi aggiungeva che ognuno ha un suo stile e che non lo può decidere la font scelta da un programma. E pronunciava anche altre frasi che sono belle da leggere sui libri, citare in un post, ma che facciamo di tutto per dimenticare di mettere in pratica.

Poi successe che tutto, di colpo, finì.

Uno dei genitori del sestetto scoprì il quaderno del figlio nascosto nella custodia del tablet. Faceva parte di un gruppo di gnostici integralisti. E lo gnosticismo - il credo per cui la Materia è male e lo Spirito è bene, e solo la conoscenza porta alla Salvezza - era diventato religione di Stato dopo l'ennesima strage tra monoteisti.

Così il rigido padre, preoccupato per l'educazione del figlio, spiandone l'account era riuscito a risalire all'identità del plagiatore; al maestro Rino Vincenzi, che fu denunciato per istigazione alla materialità.

Vincenzi se la cavò con il divieto di avvicinarsi a meno di 20 metri da minorenni e a differenza di Socrate non gli diedero nessun intruglio da bere. Ora gli manca un anno alla pensione, ancora dodici mesi da trascorrere a giocare a briscola e parlare dei tempi del twist con un novantenne. Poi sarà libero di lasciare questo Paese con un assegno mensile in tasca.


Vincenzi ha un'agenda. Visto che non ne stampano più, ogni anno cambia le date dei giorni e, con parsimonia, scrivendo piccolo e fitto, cerca di farla durare quanto più possibile. Non gli va di lasciare i suoi appunti sul calendario del telefono, lo ritiene troppo fragile rispetto alla carta. Così sulla sua agenda riciclata, nel giorno nel quale era previsto andasse in pensione, aveva scritto: “Fare le valigie”.

Poi la frase era stata cancellata, quando aveva trovato sotto la porta una cartolina. Sì, di quelle che ormai non si stampavano più e comunque non sarebbero mai state recapitate.

Uno di quegli oggetti del passato dissolto dal presente, dai servizi virtuali, dagli archivi nelle “cloud”, sempre ripescabili sul monitor del telefonino e per questo senza alcun interesse a essere ricercate.

Davanti c'era la foto del quartiere come era un tempo, con la piazza principale e uno scorcio della scuola che fu. Dietro c'era una grafia incerta, un po' tremolante.

C'era scritto: “Sono Francesco, mi sto esercitando con il quaderno che mi ha regalato. Ma lo devo fare di nascosto. Spero di riuscire a scrivere bene come lei e soprattutto di riuscire a fare disegni sui bordi belli come i suoi. Ha visto che bella cartolina ho trovato nella cantina della nonna? A presto”. Allora Vincenzi aveva cancellato il “fare le valigie” e aveva scritto: “Fare scorta di quaderni”.