Il tiranno che non ti aspetti

Sabato e domenica previsto tempo variabile nell’Alto Piemonte.

Il barometro del giovedì riflette invece sulla “tirannia del merito”. È il titolo dell’opera del filosofo Michael Sandel, l’altro giorno ne ho letto una recensione (Il Foglio Internazionale) e il concetto di base pare sia: l’ideologia progressista ha alimentato il mito di una società fondata sulla meritocrazia, poiché basata sulle pari opportunità, ciò ha però portato le persone escluse a sentirsi abbandonate ("è solo colpa tua se sei fuori") e quindi a sostenere le posizioni oggi definite populiste (l’essere anti-casta, contro l’élite, ecc.).


Sandel centra il punto dal punto di vista sociale e politico, pensavamo di sconfiggere il tiranno assistenzialista con la meritocrazia e invece ogni ideologia è tiranna. Aggiungo che il mito meritocratico è destinato a restare un mito per due ragioni.

1) La prima è pragmatica. Eliminare gli svantaggi economici, sociali, culturali, sessuali ecc. non è semplice, ha tempi lunghi, e forse non è nemmeno possibile in un sistema prevalentemente capitalistico.

2) La seconda è invece strutturale. Ammettiamo che si offrano effettivamente pari opportunità a tutti, che non si facciano più parti uguali tra diseguali, come lamentava Don Milani. Per esempio, in alcuni sport, quelli che non richiedono particolari investimenti in corsi o attrezzature, di fatto chi ha più talento solitamente vince. Ammettiamo che anche nella scuola, nel lavoro, nella vita vinca il migliore, cosa ce ne facciamo degli sconfitti? Quello che l’ideologia meritocratica dimentica è che la società non può basarsi solo sui migliori, ma occorre dare un ruolo o un senso (che non sia quello di escluso, fallito, perdente, ecc.) anche a chi non ha vinto la corsa per il successo.


Non tutti possono essere campioni o fuoriclasse, e, se si esce dai selfie postati sui social, si scopre che la vita da mediano è molto più comune della vita da bomber. In quest’ottica un reddito di cittadinanza universale, seppure potrebbe dare a ognuno la possibilità di soddisfare i bisogni primari (nutrirsi, vestirsi, avere una casa), non supererebbe il limite di vivere lo stigma dello sconfitto. “Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere”, cantava Shel Shapiro con i suoi Rokes nell’epoca d’ora del beat italiano, quando si pensava che l’occasione sarebbe prima o poi passata per tutti. Il problema è che alcuni non riusciranno mai a vincere.

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