Il vizio dell'agnello

Fine settimana con la previsione di un sabato soleggiato, domenica invece su valli e laghi del Nord Piemonte inizieranno a tornare le nubi, e non è esclusa qualche pioggia.

Sul mio barometro invece si è focalizzato il titolo di un romanzo noir milanese degli anni Ottanta: "Il vizio dell’agnello", scritto dal compianto Andrea G. Pinketts.

Ebbene quel vizio, quello dell’apparente vittima sacrificale che poi tira fuori le zanne (per chi ha bambini il riferimento cinematografico è Zootropolis), appare sempre più diffuso a livello sociale.

Anche l’attuale dibattito-scontro sul futuro ospedaliero nel Verbano Cusio Ossola può essere letto in quest’ottica. Si parte quasi sempre dalla condizione di vittima per legittimare le proprie rivendicazioni politiche.

Ogni richiesta, che sia territoriale, di categoria o personale, inizia da una premessa che si può riassumere così: siccome sono vittima delle circostanze, cioè vittima incolpevole, agnello sacrificale del volere altrui, mi spetta qualcosa: la società è in debito con me (con noi).

In diversi casi esistono pure buone ragioni alla base del vittimismo. Non solo quando si parla di sfruttati o classi deboli. In fondo nel 1938-'39 molti in Europa pensavano che Hitler avesse le sue buone ragioni a rivendicare una Danzica tedesca, a voler riportare a "casa" i Sudeti e che la Germania vent’anni prima fosse stata esageratamente penalizzata. Poi una Danzica tira una Varsavia e vien voglia di conquistare il mondo.

Perché anche chi ha idee criminali può essere stato una vittima. Almeno metà degli scrittori ha creato personaggi cattivi che sono diventati tali a causa delle circostanze. L’ultimo Joker cinematografico ha avuto successo anche per questa lettura: è una vittima della società, del potere, del padre, cioè di tutti coloro che non ne riconoscono il supposto talento.

Questa logica del risarcimento, per cui c’è sempre qualcuno che deve pagare per la nostra condizione di vittime è in fondo il non detto che sta alla base del reddito di cittadinanza: non mi sento in colpa nel prendere dei soldi senza lavorare, perché mi risarciscono dall’avermi escluso, dal non avermi compreso e valorizzato.

Una simile cultura rischia però di essere una sterile spirale nella quale si fa gara a presentare il conto più alto. Ma una società che produce solo aspiranti rivendicatori, non è forse sbagliata nel suo sistema. Anziché rivendicare non dovremmo provare a cambiarlo?

In mancanza di un progetto politico alternativo, quale antidoto contingente bisognerebbe riscoprire la cultura del dono, quella dei Potlatch dei nativi americani.

Erano dei banchetti nei quali si distribuivano o si faceva a gara nel distruggere beni di valore.

Lo scopo? In questo modo si affermava pubblicamente il proprio rango o si cercava di riacquistarlo.

Il sottinteso del Potlatch è: chiedere risarcimenti è da sfigati.

#vizio #vittimismo #potlatch #dono #barometro #barometrodelgiovedì

©2019 - 2020 by Imperfect soul. Cristina Savi e Andrea Dallapina.

Per saperne di più: Chi siamo / Contatti / Privacy policy e Cookie policy

Web address: imperfectsoul.it - ismarketing.it - giornosofia.it

Verbania - Lago Maggiore