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Verbania - Lago Maggiore

Intra e quegli stracci contro la spagnola

Anche in passato i giornali soffiavano sul fuoco delle epidemie (salvo poi minimizzare)? Si cercava di utilizzare la comunicazione per lucrare sulla paura di virus e batteri?

Per fornirvi qualche elemento per rispondere ecco una breve ricerca nell’archivio dei giornali sulla cronaca dell’Alto Piemonte nel Novecento.



Cartolina di Intra (primi decenni del Novecento)


Quando si aveva paura del morbo di Verona

Nell’ottobre del 1960 nel Veronese in pochi giorni muoiono cinque bambini sotto i tre anni, altri sopravvivono dopo essere stati ricoverati in gravi condizioni. I giornali titolano sul misterioso “morbo di Verona”. Si scoprirà solo successivamente che la causa è un virus Coxsackie di tipo A, quello responsabile anche della malattia mano-piede-bocca. I timori si diffondono tra i genitori anche nel resto d’Italia. Verbania non è da meno. Il 13 ottobre Stampa Sera, accanto alla notizia della scarpa brandita all’Onu da Kruscev, titola “Non è stato il morbo di Verona a mietere due bambine a Verbania”.

Si dà notizia della morte di una bambina di 3 anni. Il pediatra dell'ospedale, intervistato, spiega che si è trattato di un caso di febbri acute e che il morbo di Verona non c’entra. Poi si legge: “Ieri sera i giornalisti, concordi, avevano taciuto la morte, pure avvenuta nel pomeriggio, di un’altra bambina di due anni, non volendo contribuire al panico che già turbava troppe famiglie, prima di aver approfondito le cause”. Bene avevano fatto, la causa era infatti imputabile a una malformazione e non c’era alcun morbo dietro la tragedia.

Oggi la notizia della morte sarebbe invece stata postata sui social network da qualche conoscente della famiglia, pochi minuti dopo il decesso; la gente avrebbe iniziato a condividerla, i giornalisti l'avrebbero ripresa, scritto titoli "acchiappaclick", magari messo qualche condizionale per scrupolo all'interno dell'articolo, e poi l’indomani eventualmente smentito. È il villaggio globale, bellezza. E tu non puoi farci niente. Direbbe oggi un redivivo Bogart.






“Le nostre Signore ne faranno certamente tesoro”

Oggi si parla di “native advertising”, chi è poco avvezzo con gli anglicismi continua a chiamarlo publiredazionale. La sostanza è sempre quella: cercare di fornire un’informazione e nel contempo promuovere un’attività commerciale. Per carità niente di male, i media non vivono d’aria ma di pubblicità. Basta dirlo, basta non far finta che sia una notizia (e cioè non modificare l'impaginazione, il carattere ecc.). Infine non spacciare il proprio prodotto come la panacea d’ogni male. Quello di un rapporto poco trasparente tra pubblicità e informazione non è però un problema di oggi. Andiamo a leggere cosa si scriveva oltre un secolo fa.


Nel 1918 esplode l’epidemia di spagnola, la più grande pandemia del Novecento. Si calcola abbia fatta più morti della Grande guerra. C’è chi stima tra i 21 e i 25 milioni, chi si spinge a 100 milioni. Nel mondo si ammalano almeno mezzo miliardo di persone, il numero maggiore di vittime è tra i ventenni.

Ebbene sulla Vedetta del 28 settembre 2019 si legge un articolo, vicino a quello sull’assistenza ai militari (manca circa un mese a Vittorio Veneto e alla fine del conflitto), dove si inizia riportando i consigli di un medico milanese rilasciate al Corriere della Sera su come proteggersi da tifo e “grippe” spagnola (così era chiamata, alla francese, la micidiale influenza). Lavarsi le mani, evitare contatti con gli ammalati, non alzare polvere durante le pulizie; le solite norme di igiene e buon senso. Poi l’articolo diventa un invito esplicito: “Le nostre Signore ne faranno certamente tesoro (delle indicazione del medico, ndr) e si provvederanno senza indugio, se ancora ne sono prive, di un Assorbi-Polvere Ideale” e poi avanti a narrare caratteristiche e vantaggi del prodotto, prezzi e ditte a Intra che lo vendevano.





Fake news da collezione

Chiudiamo questo viaggio nel rapporto tra informazione e malattie nel passato con un articolo della testata Verbania del febbraio 1911. Scopriamo così che le fake news e le preoccupazioni per l’immagine turistica non sono una novità. Un articolo si scaglia contro un’epidemia di maldicenza. Si accusa stampa e albergatori svizzeri di diffondere false notizie su epidemie in Italia (colera a Milano e peste a Napoli. Secondo l’autore si tratta di un escamotage per impedire ai turisti di venire in Italia.



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