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Verbania - Lago Maggiore

L'ape regina (un racconto)



La commissaria porse il fazzoletto alla vedova.

- Non ne ho bisogno. Grazie, rispose la signora.

La donna era seduta di fronte alla scrivania della dirigente della Squadra mobile. Le mani chiuse sui manici della borsetta che teneva appoggiata sulla gonna grigia.

- Buongiorno, sono il commissario capo Anna Rizzi, la signora Giada Velara, giusto?

La donna annuì, poi aggiunse: - Giada Clelia, per essere più precisi.

- Le farò qualche domanda come persona informata sui fatti, non ha bisogno di un avvocato. Abbiamo verificato il suo alibi: quando suo marito è morto lei era al mare a duecento chilometri di distanza con la sua amica.

- Roberta.

- Come?

- Roberta, si chiama Roberta la mia amica. Roberta Malvisi.

- Grazie, disse Rizzi. Poi proseguì: E' stata lei a ritrovare il cadavere?

- Umberto.

- Sì, Umberto Longhini.

- Avvocato.

- Sì, l'avvocato Umberto Longhini. Che ora era?

- Verso le otto di sera, avevo appena accompagnato a casa Roberta.

- E dove si trovava l'avvocato?

- E' necessario che lo ripeta?

- E' necessario.

- Era nella vasca da bagno. Era tutto ricoperto di un velo di cera, anche il volto, la bocca, tutto.

- Cosa ha fatto?

- Ho chiamato i soccorsi, ma sapevo che non c'era niente da fare. Era una mummia giallognola.

La donna deglutì. La voce non era più stentorea, netta e decisa.

- Vuole un caffè?, chiese Rizzi.

- Schiumato se è possibile, grazie.

La commissaria uscì in corridoio. Chiamò: - Ricciardi!

La signora Giada scavallò le gambe e le riaccavallò portando la destra sopra la sinistra. Il suo sguardo fissava un pupazzo di plastica dell'Ape Maia, alto poco più di 4 dita, posto sulla scrivania tra il telefono e una cornice d'argento portaritratto.

Rizzi rientrò: - I caffè arrivano subito

- Ape regina, disse la donna seduta.

- Come?

- Umberto mi chiamava la sua ape regina.

- Perché?

- Sapevo che aveva altre donne, che da tempo si faceva sciogliere le sue amate candele di cera d'api da mani che non erano le mie. E così una volta gli dissi che ero la sua ape regina, reclusa nell'alveare, servita e riverita, ma che faceva sesso al massimo per dovere, non per piacere. Lui disse che anche la vita del fuco era triste e che lui non voleva morire fuco. Da allora mi chiamava ape regina.

- E non l'ha lasciato? Niente separazione, niente divorzio?

- Non ho problemi economici. Il mio patrimonio personale è superiore a quello che può aver accumulato un avvocato di provincia. Avrei potuto andarmene in ogni momento. Ma alla fine aveva ragione Umberto, senza il mio alveare sarei stata perduta. E lui era il giusto fuco per il mio alveare.

Giada Velara, fece una pausa di pochi secondi. Poi disse: - Ma anche lei vedo che è appassionata di api, e indicò il pupazzo dell'Ape Maia.

La commissaria lo fissò, stirò le labbra in un sorriso: - E' un regalo di mia figlia.

Poi tornò a fissare la donna seduta e disse: - Mi scusi, mi diceva della passione dell'avvocato per la cera d'api. Come mai?

- Umberto diceva che la preferiva perché quando cade sulla pelle, a differenza della paraffina, ti brucia senza violenza, avvolgendoti.

- Era un masochista?

- Non più di chi sceglie di continuare a vivere.

- E' depressa?

- Tanto quanto basta per essere socia di una casa farmaceutica.

- Mi scusi, per le domande, ma vorrei capire se suo marito aveva dei nemici, qualcuno che lo odiava. Oppure se siamo di fronte a un gioco erotico finito male o a qualche strano rituale. Che lei sappia, frequentava delle sette?

- A parte quella del poker del lunedì sera, non mi risulta.

- Aveva debiti di gioco?

- No, giocava con i soliti quattro amici. Ognuno metteva 100 euro a sera. Era solo per divertirsi.

- Eppure, in attesa dell'esito dell'autopsia, dal primo esame esterno risulta che suo marito era legato mani e piedi, posto in posizione supina nella vasca, ed è stato soffocato versandogli cera liquida in gola e nel naso. Direi una sorta di rito o di esecuzione.

- O la vendetta di un'ape operaia.

- Pensa a un movente passionale? O qualcuno aveva minacciato lei? Lei ha nemici?

- Sì, la solitudine.

- Ma la vedo sempre sui giornali a tagliare nastri, l'altro giorno non era a quella festa di beneficenza...

- Sì, ha ragione. La solitudine era una nemica, ora è una complice.

- Complice?

- Sì, è vero: è più preciso dire mandante.

- Mandante?

- E' ciò che mi spinge a circondarmi di relazioni effimere, vuote, a tenermi socialmente impegnata come scrivono i cronisti dopo il mio nome. Tutto per non non vedere in faccia signora solitudine; è il suo fiato sul collo che mi fa organizzare banchetti per i bambini che muoiono di fame. A rimpinzare ospiti per dare briciole a chi tanto morirà poi di malaria o sparato.

- Signora, la prego! So che è sconvolta, ma io e tutta la città la stimiamo per quello che fa per la nostra comunità.

Dottoressa, si guardi allo specchio: guardi me. Io, lei, tutti ce la raccontiamo, tutti abbiamo bisogno di giustificarci agli occhi degli altri. Chi c'è nel suo portaritratti: sua figlia e suo marito?

- Sono divorziata. C'è mia figlia.

- Mi scuso per la gaffe, ma il discorso non cambia, lei ha bisogno di tenere quella foto e l'ape Maia sulla scrivania per raccontarsi e raccontare agli altri che tutto va bene, che tutto si tiene, che siamo padroni del nostro destino. Mentre la realtà è che ci accadono delle cose senza senso.

- Signora Velara, ripeto: capisco che sia sconvolta, e la ringrazio: ma ho già un analista.

- Infatti, un secolo di psicanalisi non è passato invano. Ora sogniamo ad occhi aperti. E realizziamo i nostri incubi.

- Possiamo continuare?

- Certo, tanto lei domani non dovrà giustificare ad amiche e conoscenti perché suo marito è morto legato e soffocato dalla cera in una vasca da bagno. E soprattutto non potrà farlo alle migliaia di persone che lo leggeranno sul giornale.

- Ho detto ai miei che se esce qualche dettaglio li spedisco a fermare ubriachi. Per ora la versione è che l'avvocato è stato trovato soffocato nella vasca da bagno.

- Va bene, va bene, è il gioco delle parti. Mi dica, cos'altro vuol sapere? Si sentì bussare alla porta: - E' permesso?

- Venga Ricciardi, venga, disse la commissaria. L'agente appoggiò il vassoio con le tazzine coperte dal piattino nella speranza di mantenervi il calore all'interno. Rizzi prese la borsa che aveva appoggiato sulla scrivania e iniziò a cercare il portafogli. Frugò in superficie, poi iniziò ad estrarre il mazzo di chiavi, il pacchetto di fazzoletti di carta, il rossetto e il mascara, il pacchetto di sigarette, un cellulare “intelligente” e uno obsoleto, e finalmente comparve il portamonete. Estrasse due euro.

- Ecco, grazie Ricciardi.

L'agente prese la moneta, salutò e uscì dall'ufficio.

- Anche lei ha due cellulari?, chiese la vedova.

- Sì, uno di servizio e uno privato. E' diventata una necessità per sopravvivere. Anche se poi alla fine mi dimentico di spegnere e li tengo sempre accesi entrambi.

- Ricordo che Umberto un giorno tornò a casa dalla Svizzera con la confezione di due telefonini, non mi disse niente, ma penso che servissero per coprire qualche conversazione riservata, perché poi lo sentii chiamare dal suo ufficio, disse: Con questi non ci beccheranno mai, è roba sicura da oltreconfine.

- Ma in casa sua e nell'ufficio dell'avvocato abbiamo trovato solo un cellulare.

- Anch'io non gliel'ho più visto, non so dove lo tenesse.

E detto questo Giada Velara iniziò a mischiare con il cucchiaino la schiuma al caffè. La commissaria fece lo stesso. E per un istante i loro sguardi s'incrociarono mentre le loro labbra ripulivano il cucchiaino dalla schiuma in eccesso. Finirono di bere il caffè. Il silenzio fu interrotto dal suono della ceramica contro la ceramica nell'appoggiare la tazzina.

La commissaria riprese: - Ci voleva. Glielo dico da donna.

- Da ape?

- Sì, va bene: da ape. Non dobbiamo crearci sensi di colpa per gli errori dei nostri uomini.

- Mi scusi, come dice lei: io sono alterata e posso permettermi di psicanalizzarla, lei no. Non ci provi con me.

- Ma per me è importante capire cosa pensa lei sul possibile movente dell'omicidio. Può essere utile alle indagini.

- Sa cosa penso. Penso che si sia trattato di un suicidio assistito. Di un'ape che ha accolto la richiesta di un fuco senza speranza, perché lei non aveva comunque speranze di diventare l'ape regina. E sa perché lo penso, perché l'altro giorno avevo visto Umberto infilare nella valigetta un plico di una clinica svizzera. Sembravano analisi. Non mi ha detto niente, ma forse c'era qualcosa che non andava. Lo scoprirete credo con l'autopsia.

- Senz'altro.

- E sa anche cosa penso? Che me andrò a casa, se non ha domande precise da farmi, perché m'illudevo che pagando centinaia di migliaia di euro di tasse le indagini dovesse farle lei, mentre vedo che sembra stipendiata per far domande sulle mie ipotesi.

- In un'altra occasione l'avrei denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale, ma capisco il momento. Facciamo così: domattina ripassa a firmare il verbale che stenderò adesso. Non è la prassi, ma vista la situazione... Poi ci risentiremo più avanti quando avremo più elementi. Ma le assicuro che la ricerca dell'assassino dell'avvocato sarà una mia priorità.

- Ne sono certa.

La donna si alzò e porse la mano alla commissaria.

- Grazie.

- Grazie a lei.

Poi la stretta di mano si allentò; l'indice della vedova scivolò sui polpastrelli dell'altra donna. Scivolò come si scivola sulla cera d'api.


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Foto Grandelkhan https://goo.gl/Q7xCdF