La banalità al di là del Bene e del Male

Sabato e domenica nell'Alto Piemonte previsioni all'insegna del bel tempo, con temperature in rialzo e sopra la media del periodo.


Il barometro del giovedì raccoglie invece idee sparse suggerite dalle recenti commemorazioni per la Giornata della Memoria e cerca di dar loro un senso.


1) Un tempo si aprì un dibattito intellettuale sull’Olocausto. Da un lato la concezione di male radicale e assoluto, indicibile, dall’altra quella di una degenerazione sociale frutto della banalità del male (o sarebbe meglio dire del malvagio). Sintetizzo poiché le sfaccettature delle diverse posizioni sono molte. In ogni caso oggi mi pare se ne siano perse le tracce.


2) Provo a riassumere il succo della tesi della banalità del male (Arendt mi perdoni): un genocidio può avvenire solo perché c’è una macchina burocratica pianificata per realizzarlo. Non c’è bisogno di eserciti di demoni o di geni del crimine, bastano migliaia di conformisti, che eseguono ordini mentre altri milioni applaudono. E questo perché non pensano, nel senso che non dialogano, non si mettono nei panni degli altri.


3) Se ciò e vero, è vero anche che esiste, fortunatamente, una più diffusa banalità del bene. Normalmente, infatti, le persone compiono azioni di fiducia o di solidarietà verso altri esseri umani più di quante ne facciano di violente. Anche per il Bene vi sono svariati motivi "banali" per farlo: conformismo, morale, ricompense, senso di colpa, ecc.. Coloro che sono votati scientemente all’altruismo sono una minima parte.


4) Se così è l’antidoto a ogni Olocausto è quello di evitare l'essere banali, sia nel Bene, sia nel Male, poiché talvolta chi è banale corre il rischio di pensare di fare il primo facendo il secondo.


5) Non essere banali, non dare niente per scontato, è uno degli esercizi umani più difficili. E non ci sono palestre in cui prepararsi, ce n’è solo una senza reti e materassi: si chiama vita.


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