©2019 by Imperfect soul. Cristina Savi e Andrea Dallapina. Per saperne di più: Chi siamo / Contatti / Privacy policy e Cookie policy

Web address: imperfectsoul.it - ismarketing.it - giornosofia.it

Verbania - Lago Maggiore

No lobo (un racconto)




Il primo ministro appoggiò i fogli sulla scrivania, si sedette e alzò lo sguardo verso la telecamera. La luce rossa a lato dell'obiettivo si accese.

“Cari concittadini, sapete meglio di me, vivendola ogni giorno, che la situazione è grave. Per coprire il debito pubblico abbiamo venduto tutto il nostro patrimonio. I monumenti sono ora di proprietà di multinazionali. Così come le nostre industrie e le nostre terre. Non sono più dello Stato i picchi più alti e le spiagge più suggestive. Per questo non ci resta che vendere la nostra ultima risorsa: la fantasia”.

Bevve un sorso d'acqua e proseguì: “Da domani ci sarà un'asta internazionale e il miglior offerente sarà proprietario di tutte le idee dei nostri concittadini. Chiunque avrà un'idea dovrà inviare una email a chi le avrà comprate. Quest'ultimo deciderà se utilizzarla o lasciarla in comodato d'uso a chi l'ha pensata”. La proposta scatenò proteste di piazza, ci furono scontri, volarono lacrimogeni e pietre, si contarono i feriti. E morì un sedicenne che manifestava. Allora il primo ministro tornò in televisione e disse: “Abbiamo deciso di non vendere la nostra fantasia. Ci limiteremo a tassarla, ogni cittadino dovrà portare un orecchino che registrerà l'attività cerebrale, rileverà le nuove idee pensate e invierà i dati per l'emissione della bolletta della Tif, la tassa sulle idee e sulla fantasia”.


Fu così che il popolo più anarchico della Terra si ritrovò a essere il più ligio ai regolamenti: a nessuno veniva la voglia di pensare di fare il furbo, gli sarebbe costato molto di più in tasse rispetto al seguire la legge. L'orecchino era come una borchia che non si poteva rimuovere e rimettere. Perciò anche a letto ci si accoppiava ripetendo sempre le stesse posizioni, e a tavola non si inventavano ricette, ma si copiavano pedissequamente quelle dei manuali. Per evitare che le idee imprenditoriali venissero tassate, i negozi e le industrie venivano aperti da stranieri, che non dovevano portare l'orecchino. Solo politici, magistrati, militari e forze dell'ordine erano esenti dalla tassa sulla fantasia, forse perché non avrebbero portato un gran fatturato, forse per privilegio di casta, forse per motivi di sicurezza.

E poi c'erano i “no lobo”. Li chiamavano terroristi perché si erano tagliati via l'orecchino e si erano dati alla clandestinità. Rivendicavano la libertà di idee, di pensiero. E il primo ministro replicava loro dagli schermi che nessuno aveva vietato le idee, anzi la fantasia era incoraggiata, ma, ovviamente, tassata per il bene pubblico.


Roberto aveva 27 anni e si tagliò il lobo il giorno dopo l'annuncio del primo ministro, poi si nascose nel retrobottega della libreria antiquaria di suo zio. Lo zio Antonio gli portava da mangiare e intanto Roberto iniziava la sua lotta contro la tassa sulla fantasia. Sapeva che la soluzione non poteva essere quella di convincere l'intera popolazione a tagliarsi i lobi. Ma non ne immaginava un'altra, fino al giorno in cui lei entrò nella libreria.


Come sempre Roberto scostò un paio di volumi dell'Enciclopedia Britannica che non erano in vendita e sbirciò per vedere chi fosse il nuovo entrato. Era una donna sui 40 anni che indossava un buffo cappello di lana a strisce colorate. Aveva i capelli ramati che spuntavano da sotto il collo di pelo nero del cappotto. La vide fissare lo zio e chiedere se aveva la prima edizione francese di Rayuela di Julio Cortazar. Antonio inarcò le sopracciglia e fece una smorfia con la bocca, poi disse: “Provi a dare un'occhiata, ma dubito” e le indicò lo scaffale dove teneva i volumi di letteratura latino-americana.


La donna si spostò, ora Roberto poteva vederla di profilo. Lei fissava i dorsi dei volumi e con le labbra carnose socchiuse sembrava leggere sottovoce il nome degli autori. Fu l'ultima immagine che vide Roberto prima di tornare a fissare il monitor per sapere se qualche altro senzalobo era entrato in contatto con lui.

Passarono un paio di minuti, poi sentì la donna che tornava a parlare: “Ha tanti bei libri, ma purtroppo non c'è quello che cerco”.

“Mi spiace - disse Antonio -. Se vuole scrivo a un paio di colleghi, magari loro...”.

“Grazie”.

“Di nulla, dovere – poi il libraio proseguì -. Mi ricordo di aver letto Rayuela alcuni anni fa. Letto... Diciamo leggiucchiato”

“Lo so. La capisco. O pensi che sia un capolavoro o che un esperimento per far vedere di essere originale”.

“Di certo se ci fosse stata la tassa sulla fantasia, Cortàzar sarebbe stato uno dei maggiori contribuenti”, disse il libraio sorridendo.

“Sì, è vero. Ma se ci pensiamo bene anche chi cerca di essere originale ha sempre dei debiti con chi ha scritto prima di lui: suggestioni, influenze...”.

Roberto si alzò il bavero a coprire l'orecchio. E uscì dal nascondiglio, si diresse verso la donna, le porse la mano e disse: “Lei è un genio”.

Le labbra della signora rimasero aperte, gli occhi sbarrati.

“Lo scusi, è mio nipote, mi aiuta a catalogare”, disse Antonio.

“Io un genio?”

“Sì, anzi sarebbe meglio dire una maga. Un giorno forse le spiegherò, mi ha fatto venire un'idea... Beh, per ora posso dirle che sentendo la vostra conversazione ho fatto delle ricerche online e ho trovato la copia che cerca, per 50 euro gliela posso fare arrivare”.

“Beh, grazie. Devo pagare anticipato?”

“No, non si preoccupi. Mi lasci solo una sua email così l'avvisiamo quando arriva”, disse il libraio Antonio. Poi, dopo i saluti, la donna uscì.

“Ma cosa ti è saltato in mente?”, disse lo zio al nipote.

“Grazie a lei ho avuto l'illuminazione per sconfiggere la tassa sulla fantasia”.

Roberto contattò subito un suo amico senzalobo laureato in Giurisprudenza. E gli spiegò la sua idea. Nella bolletta che arrivava a casa c'erano scritte le idee registrate dall'orecchino e per le quali si era tassati. Quindi bastava dimostrare che quelle idee non erano proprie ma erano già venute in mente ad altri per contestare l'imposta, se non era frutto di fantasia propria, se non era originale, l'idea non doveva essere tassata.


Una rete di "no lobo" coordinata da Roberto offriva la propria consulenza. Si inviava loro la bolletta ed essi si occupavano di cercare tra libri, documenti e archivi vari, tra pagine online e volumi polverosi, se quell'idea era già stata scritta da qualche parte. E quasi sempre era così.

I giorni passarono, le prime cause furono intentate e vinte.

Intanto la prima edizione di Rayuela era arrivata nella libreria di zio Antonio, Roberto aveva mandato la lettera all'indirizzo che gli aveva lasciato la donna con il berretto a righe. Non aveva avuto risposta. E ogni volta che sentiva la porta del negozio aprirsi sbirciava subito tra l'Enciclopedia Britannica nella speranza di rivedere il profilo di quelle labbra.

Aveva mandato un sollecito: niente. Aveva fatto fare ricerche da un suo amico informatico su chi avesse registrato e dove l'indirizzo maga1963@gmail.com ma non era riuscito a scoprire molto: sembrava un indirizzo mai usato.


Dopo qualche mese, vista la sequela di migliaia di cause contro la tassa sulla fantasia, il primo ministro tornò in televisione. Roberto e lo zio si misero davanti al monitor nel nascondiglio in libreria; il nipote, dopo aver letto le anticipazioni sul discorso su alcuni blog, aveva un sorriso abbozzato sul volto. In molti annunciavano che la tassa aveva le ore contate.


Il capo del Governo fissò la telecamera e disse: “Dobbiamo ammettere che le cause intentate contro la tassa sulle idee hanno dimostrato come gran parte dei nostri pensieri non sono originali. Non possiamo far altro che, democraticamente, prenderne atto. Perciò da domani la tassa sarà abolita e... sostituita con l'imposta sul plagio. Chi penserà cose già pensate dovrà pagare”.


Roberto non fece tempo a commentare il colpo di scena che sentì la porta aprirsi e la voce di lei dire: “Scusate, ho letto che è arrivato il mio libro”. Zio e nipote uscirono da dietro lo scaffale. La donna si diresse verso Roberto, gli abbassò il bavero della giacca, accarezzò il suo orecchio senza lobo e disse: “L'avevo capito, ma sapevo che sarebbe finita così. Per questo non sono tornata. Perché era giusto lottare lo stesso”.

Aprì il portafogli, estrasse 50 euro, li posò sul bancone, prese Rayuela e uscì nella via del ex Paese della Fantasia.