Non sapere di sapere

Aggiornato il: 28 gen 2019

Tutto il dibattito odierno su un “popolo” che metterebbe in discussione il supposto sapere delle “élite” sembra una riedizione della trasmissione "Correva l'anno". Nell'Atene di Pericle con l'azione dei sofisti da un lato e di Socrate dall'altro, non c'era forse chi metteva in discussione il sapere arcaico-sacerdotale (correndo il rischio di bere la cicuta)? E di simili contingenze non è forse piena la Storia?

Lungo è l'elenco dei momenti di rottura del modello dominante che porta inevitabilmente con sé anche la contestazione di chi sostiene una certa idea di mondo; l'ipse dixit viene contestato non solo nel merito ma anche nella forma. La questione diventa non solo cosa si dice, ma chi e come lo dice.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque.


Eppure non bisogna rinunciare dal cercare di uscire da questa dicotomia, da questa impasse, alla quale da oltre duemila anni ci ha consegnato il gesto di Socrate.

Sapere di non sapere” è il motore primo di quel processo che ha portato alla scienza e alla democrazia, a quello che definiamo Occidente: il pensiero critico, il dubitare dei dogmi. Da allora la Storia è un succedersi di contestazione dei saperi, creazione di nuovi, rimessa in discussione e così via. Una grande e avvincente avventura segnata da un'inesorabile volontà (brama) di conoscenza. O di verità (per dirla con Nietzsche). È il desiderio di colmare una lacuna: il non sapere. Perché il “popolo” che vuole abbattere le “ élite” lo vuol fare perché è convinto che ci sia una verità nascosta, perché vuol sapere cosa c'è nelle stanza dei bottoni. L'idea del complotto può nascere solo in una logica del “so di non sapere” (che apre alla chiosa: “ma qualcuno sa e si tiene per sé il sapere”, come se quest'ultimo non nascesse da pratiche, relazioni, ma fosse un bene che si può possedere o trasferire come una zuccheriera, un armadio o un asciugacapelli). Ma è possibile superare questo meccanismo?


Proviamo a porre l'accento sull'altra parte, the dark side, che la frase socratica cela. E cioè che la maggior parte delle nostre azioni sono frutto di un “non sapere di sapere”. Dal battito cardiaco al respiro, sino al pensiero e al linguaggio, la maggior parte di noi non sa come è in grado di vivere e nonostante ciò lo fa, perché se prendesse alla lettera il “sapere di non sapere” sarebbe paralizzato nella gran parte delle sue azioni.

Prendiamo il linguaggio. Esso ci possiede a nostra insaputa, nessuno di noi quando parla pensa prima alle regole grammaticali. Anzi, quest'ultime apprendiamo che esistono dopo anni in cui abbiamo speso milioni di parole con i genitori e i compagni di scuola, senza interrogarci su come avevamo imparato a parlare.


Una pratica filosofica contemporanea dovrebbe dedicarsi a questo: osservarci per comprendere cosa non sappiamo di sapere. Smettere di immaginare che esista una stanza del tesoro del sapere nascosta da qualche parte, per concentrarsi sull'oro che, a nostra insaputa, usiamo ogni giorno.


E questo è uno degli obiettivi che si propone la giornosofia.


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