Se la città mangia la provincia

Previsto un sabato di sole e una domenica di pioggia nella regione insubrica. Un paio di articoli letti sul Post e Il Foglio hanno invece spostato sul perturbato il barometro del giovedì. In entrambi si evidenzia il ruolo delle città (in Italia l’esempio è Milano) di essere polo d’attrazione d’investimenti e talenti.


Il risultato? Le aree cosiddette interne o città di media grandezza (quella che un tempo si chiamava la provincia) si spopolano e vedono una crisi socio-economica che non appare più come una congiuntura, qualcosa di transitorio, ma come una tendenza di lungo periodo. La mancanza di un modello di sviluppo. Il fenomeno pare globale e in atto dall'inizio del secolo, dagli Usa all'Europa, sino alle megalopoli degli altri continenti.


Un tempo si sarebbe detto: creiamo in provincia città vivibili, attiriamo persone e investimenti, trasformando i paesi in microcittà, perché piccolo è bello, ecc. Ma non funziona, se a due ore di treno AV o d’aereo hai una città “originale e maxi”, perché scegliere quella piccola. La sceglie per necessità una popolazione sempre più anziana che ovviamente non ha voglia di rischiare, di rimettersi in gioco. In futuro, seguendo questo modello, avremo città giovani contro province vecchie.


E allora cosa offrire in cambio per attirare i giovani in provincia? La libertà.


Non quella consumistica di avere un’offerta massima di proposte, che ti illude di scegliere: perché se ogni scelta va sempre bene, allora non è una vera scelta. Bensì quella politica, quella di agire nella costruzione di una città nella quale le scelte coinvolgano direttamente le persone, le famiglie, i condomini, i quartieri. Dove le cose si fanno in un certo modo perché si è affrontata la questione, compresa e infine deciso assieme (anche scontrandosi). E a volte mi sarà data ragione e altre volte no. Ma avrò la percezione di vivere in una città libera perché sceglie partendo dai bisogni dei propri cittadini.


Qualcuno lo chiama confederalismo democratico. È l’ultima utopia per evitare di scegliere tra la dittatura dell’uomo solo e quella del mercato (che spesso sono le due facce della stessa medaglia). Varrebbe la pena provarci.


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