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Verbania - Lago Maggiore

Servizio a domicilio

L'idolo della curva aveva rubato palla sulla tre quarti e avanzava verso il portiere. Il telecronista urlava: “È solo! È solo!” Fu in quel momento che lo schermo diventò nero. L'uomo davanti al video urlò: “Noooo!!!”. Con una mano prese il telecomando e iniziò a schiacciare ripetutamente i tasti, con l'altra digitò sul cellulare. Comparve “un oooops!!!”. Niente campo. Niente segnale.


Era la sera perfetta, come lo sono le ore dopo il tramonto di maggio, con il cielo ancora chiaro quando fischia l'inizio della finale di Champions league. Quando le finestre si possono tenere aperte perché le zanzare non sono ancora sciami e l'odore che sussurra “tutto è possibile” riesce a penetrare anche su un quarantenne disteso su un divano. Quel morbido corpo in attesa del fattorino delle pizze era Luca Neri. Un ammasso di 95 chili sudati sotto una maglietta dei Black Sabbath e i pantaloni della tuta della Diadora. Quando si alzò nella penombra della stanza e si affacciò alla finestra per scorgere se dall'appartamento di fronte era possibile avvertire la presenza di un televisore acceso, si accorse che da ogni palazzo dell'isolato proveniva un'angosciante silenzio. E avrebbe potuto tradurlo in: “Non è il destino cinico e baro che ti ha estratto, bensì: il giudizio universale sta per iniziare”.


Lui però non credeva ai Cavalieri dell'Apocalisse, e nemmeno agli allarmi lanciati da tv e giornali su asteroidi che rischiano di colpire la terra oppure su satelliti che potrebbero devastarti l'orto di casa. Si ricordava però d'aver sentito alla radio che gli scienziati avevano parlato di un'intensa attività solare, e non escludevano l'arrivo di una tempesta magnetica a livelli pari o superiori all'evento di Carrington del 1859. Il cronista alla radio era poi passato a descrivere gli effetti di simili eventi. Fu allora che l'uomo con la maglietta nera e la scritta sbiadita, vedendo il cielo colorarsi di madreperla violacea, ripeté a mezza voce le parole sentite il giorno prima dallo speaker: “160 anni fa aurore boreali furono osservate da Roma a Cuba”.


Luca Neri capì che le pizze non sarebbero mai arrivate, e se mai il pony express fosse giunto non l'avrebbe sentito perché il citofono era stato messo fuori uso dal black out. Ma soprattutto comprese che il risultato della partita l'avrebbe scoperto dopo il triplice fischio.

Non rientrava nei suoi programmi, ma sarebbe andato a procurarsi del cibo. Aveva bisogno di sfogare in qualche etto di carboidrati la sua delusione. Non si ricordava qual era stata l'ultima volta che era andato a comprare qualcosa di commestibile.


“È così comodo il servizio a domicilio”, ripeteva abitualmente, mentre chiedeva all'assistente vocale di trovargli la pagina della ordinazioni online. “E poi con l'abbonamento paghi una volta l'anno il servizio e dopo ordini quante volte vuoi senza pagare la consegna”. Era lui lo spot vivente in grado di autoconvincersi ogni giorno che non c'era niente da perdere nel restare in casa in attesa della bramata pappa. Cinese? Giapponese? Fast food? Pasta? Tex mex? O pizza? Magari anche solo una piadina. Dipendeva dall'offerta del giorno.

Quel giorno era il calzone farcito con la 'nduja e lui aveva già iniziato ad assaporarlo aprendo la prima lattina di birra. Poi lo schermo era diventato nero.


La serratura elettronica a combinazione numerica era illuminata, grazie alla batteria poteva sopravvivere al black out, ma non all'eccesso di onde elettromagnetiche della tempesta solare e il display era diventato una serie di numeri che continuavano a cambiare. Luca si voltò indietro, guardò il suo bilocale. Il televisore spento, il cellulare sconnesso, l'assistente vocale di casa muta alle sue parole, il frigo colmo solo di lattine di Faxe da mezzo litro e bottiglie di Peroni da 66 cl. Quello che era il suo paradiso in terra, il magico mondo del “no wired”, del “touch” e delle “smart things”, ora era solo uno psichedelico gioco di display lampeggianti. Non poteva restare ad assistere a una simile scena, si ricordò delle scale antincendio davanti alla finestra della cucina e decise che avrebbe affrontato la “grande avventura” di sfamarsi.


E che non fosse un modo di dire lo scoprì non appena in strada. Rumori di vetri infranti dietro l'angolo, sirene in lontananza, bagliori lampeggianti e bluastri in fondo all'isolato. Il black out aveva già scatenato il saccheggio, con la videosorveglianza fuori uso la polizia era cieca e poteva solo dimostrare che le sue auto erano talmente obsolete da non risentire degli effetti dei campi elettromagnetici.


Luca ricordava l'insegna del venditore di kebab vicino all'ingresso della metro. Ma quando arrivò a un centinaio di metri si accorse che era spenta. Anche le porte della sotterranea erano state chiuse. “Chissà se Tonino ha ancora il forno a legna”, mormorò e prosegui sino a via Repubblica. Lungo la strada ogni venti metri gli si faceva sotto uno dei fattorini delle consegne a domicilio. Con le loro pettorine colorate chiedevano qualche spicciolo: “Col blackout mi salta la serata. Dammi una mano”. Ripetevano pertiche d'ebano in attesa di protezione internazionale, mentre i laureati cum laudeaggiungevano la spiegazione: “Deve sapere che siamo pagati a cottimo. Siamo il nuovo sottoproletariato”. Ma la faccia di Neri era sempre la stessa smorfia indifferente. La risposta sempre uguale: “Non uso più contanti”.


Ma quando arrivò davanti alla pizzeria “Da Tonino” vide la serranda abbassata e un cartello scritto a mano. “Senza corrente il forno non va. Ci vediamo, forse, domani!”.

La “grande avventura” era già finita. Luca Neri era pronto a tornare a casa, glielo diceva il ragionamento. Inutile seguire lo stomaco. Si sarebbe stordito con la birra sperando che il giorno seguente la tempesta solare sarebbe passata e le comunicazioni riprese. E magari avrebbe potuto scoprire di aver vinto mille sacchi scommettendo sul risultato finale di 4-3.


Aveva ricominciato il percorso a ritroso, quando udì da una via laterale urlare: “Ci sono prima io”. “Eh no, mettiti in fila”. Si voltò e vide una coda di almeno cinquanta metri che finiva nei pressi di un giardino. Anzi, era un piccolo parco tra i palazzi, c'era un'altalena, un tiglio, due betulle e un po' di siepi. Ma soprattutto c'era il profumo di carne alla griglia. Neri si avvicinò all'assembramento umano. Aveva davanti a sé una famiglia composta da padre con i bermuda e il marsupio, madre con i fuseaux e il mollettone per raccogliere i capelli e due figli di circa dieci anni con maglie da calcio e una cresta da gel in testa.

“Hai contanti?” chiedeva ripetutamente la madre.

“Sì, ti ho detto di sì”, rispondeva ogni volta il marito mentre i figli si facevano selfie con il loro faccione immortalato davanti a un cielo diventato boreale.

“Merda, pensa che botta se si potevano postare”, diceva l'uno. E l'altro rispondeva: “Io ho già preparato una stories, appena torna il campo spacco di brutto”.

“Scusate - chiese Neri -. Perché tutta questa gente in fila?”

“Ci sono dei tipi che grigliano la qualunque. Ed è l'unico posto dove si può mangiare qualcosa in zona. Però vendono salamelle e costine solo a chi ha i contanti”, disse il ragazzo con la maglia di Messi.

“Anche tu vuoi la griglia?”, chiese a Neri un ragazzo dal collo tatuato.

“Se ce n'è”.

“Ce n'è. Il padre di Nico fa il macellaio. Siamo andati a svuotargli la cella. Tanto altrimenti andava a male”.

“Beh, allora...”, abbozzò Luca Neri.

“Se la vuoi paghi subito e ti do il numero”.

“Come la Coop”, ironizzò Neri.

“Guarda che altrimenti finisce a botte. L'uomo è una bestia, se gli si spegne il cellulare torna una scimmia. Minchia, appena abbiamo iniziato a vendere la carne, tutti a dire: oh, ci sono prima io. Poi un altro che arriva e dice: non ho soldi”.

“In effetti, io non uso contanti. Cosa accettate come pagamento?”

“Ah, bello! Non sei mica una gran gnocca da pagare in natura”.

“Ma vi posso lasciare un documento e passo domani a pagarvi”.

“Sì, e noi stiamo qui ad aspettare”.

Un giovane con un piercing sul sopracciglio si avvicinò all'amico dal collo tatuato.

“Lascia perdere 'sti morti di fame. Il Duca ha iniziato a fare i cocktail, vieni a bere. Non c'è nessuno che ha coraggio”.

L'essere con un drago inciso sul pomo d'Adamo sogghignò, poi si girò verso Neri: “Vuoi la ciccia senza pagare? Allora, vieni. Una salamella per ogni cocktail del Duca che bevi”.

“E chi è il Duca?”

“Il mago dello sballo”.


Il Duca era un segaligno venticinquenne vestito di nero e con i capelli ossigenati con una striscia di color viola e un master in Farmaceutica. Mischiava superalcolici e pasticche, shakerava, versava in un tumbler o in un bicchiere da Martini, guarniva e metteva in fila le sue creazioni su una panchina del parco, trasformatasi nel suo personale banco da bartender.

“Allora, chi ha il coraggio di provare l'Al-Baghdadi?” disse il Duca.

Neri era lì davanti, scortato dall'ipertatuato, e chiese: “Perché si chiama così?”

“Ti taglia la gola”, disse il creatore muovendo il pollice da sinistra a destra sopra la carotide e tirando fuori una lingua biancastra.

La carne grondava sulla vicina griglia. Su una panchina pezzi di bovini e suini erano adagiati sopra la bianca carta oleata pronti a seguire la stessa sorte. Due maschi cinquantenni e due femmine ventenni, tutti e quattro con i capelli rasta suonavano i bonghi a un ritmo forsennato. Il Duca allungò il cocktail verso Luca Neri. “Welcome to the jungle!”, disse. L'altro afferrò il tumbler e in un solo fiato si calò il misterioso cocktail.


Otto ore dopo il cielo era sereno sopra i tetti dei palazzi. Un nuovo giorno era iniziato. Luca Neri mosse la mandibola lentamente, sentì la gola secca, un sapore di materia in decomposizione sul palato; aveva ancora gli occhi chiusi mentre si passava una mano sulle labbra raccogliendo una sostanza bianchiccia. Poi si guardò attorno. Si era addormentato nel parco e ora una signora con un chihuahua gli stava passando accanto strattonando il cane per evitare che orinasse addosso a quell'uomo in sovrappeso ricoperto da una maglietta impolverata. I ricordi iniziarono ad affastellarsi nella mente: il terzo cocktail, lui che danzava come un orango tra i bonghisti e cercava di saltare una panchina. Poi il nero. Infilò la mano nella tasca ed estrasse lo smartphone: 3 per cento di carica. Lo schermo scheggiato. Ma cinque tacche di segnale 4G.

“L'Apocalisse è rinviata - pronunciò a mezza voce -. Noi scimmie antropomorfe siamo pronte a tornare in gabbia. Già... Scimmie. Mi è proprio venuta voglia di una banana split. Siri, cercami spesa a domicilio...”.

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