Una vita da corrispondenti

Fine settimana all’insegna del bel tempo sull’Alto Piemonte.

Il barometro del giovedì sta invece invecchiando, avviene quando rischi di conoscere ormai più morti che vivi.

Qualche settimana fa commentavo la scomparsa di Gianni Mura con un ricordo personale, oggi è la volta di un altro giornalista, Giulietto Chiesa, che ebbi l’occasione d’incontrare in un dibattito una quindicina d’anni fa.

Da corrispondente da Mosca era già diventato NoGlobal-complottista, eravamo stati invitati a parlare a Legnano da un’associazione locale. Io ero in veste di cronista locale che aveva seguito la riunione Bilderberg a Stresa (giugno 2004).


Quello che mi rimase impresso, e che spesso rinarro, fu un aneddoto che raccontò. Era legato alla potenza delle immagini dell’allora tubo catodico.

Disse Chiesa: “Quando ero corrispondente da Mosca, dovevo fare un collegamento di un minuto per il Tg Rai. Io mi preparavo per riuscire a condensare in pochi secondi tutti i complicati retroscena del Cremlino. Il giorno dopo sentivo gli amici in Italia, volevo capire se ero stato chiaro, se avevano compreso, loro però esordivano sempre su commenti riguardanti la mia cravatta”. Non era una novità, si dice che la cravatta sbagliata nel dibattito costò la presidenza a Nixon contro Kennedy nel dibattito televisivo del 1960.


Cosa è cambiato? È cambiato che in tempi di coronavirus, l’esplodere di videochiamate e videoconferenze, ci ha trasformati tutti in corrispondenti da Mosca.

Su Fb e Twitter siamo concentrati a esercitarci in aforismi, battute, emoticon e gif. Su Instagram nel costruire il set fotografico perfetto. Ora su Zoom, Skype e i loro fratelli (e presto anche Facebook diventerà questo) i contenuti arrivano dopo.

Anche se stiamo spiegando come falsificare la teoria della relatività, tutti guarderanno prima (e a volte soprattutto) l’inquadratura. Abbiamo la camicia o la t-shirt? siamo pettinati? alle nostre spalle c’è un soprammobile dei Puffi o un carretto siciliano?

Non dobbiamo diventare tutti delle Lilli Gruber, ma non possiamo far finta che il modo in cui ci mostriamo comunichi, a volte, più delle nostre parole.

L’immagine è più violenta, più percepibile, ha bisogno di meno mediazioni cerebrali, si conficca nel profondo.

Hai visto com’è dimagrito?

A me sembra che abbia messo su qualche chilo?

Comunque l’arancio non gli dona proprio!


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Photo byNathan DumlaoonUnsplash

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